Home Bere il Territorio Il piacere dello scrivere: Franco Loi testimone e "Maestro" di Bere il Territorio
Il piacere dello scrivere: Franco Loi testimone e "Maestro" di Bere il Territorio Stampa E-mail
Scritto da Redazione    Giovedì 08 Marzo 2012 08:14

Si conclude sabato prossimo 10 marzo l’undicesima edizione di Bere il Territorio. In Teatro ad Alba, a fianco dei giovani vincitori, il protagonista – anzi, il “Maestro”! – è Franco Loi.
La scelta della Giuria consente così di approfondire la conoscenza di un personaggio della cultura italiana che riunisce tutti insieme alcuni profili che ben si coniugano con il carattere del riconoscimento.

Sfogliando la sua biografia si osserva come Franco Loi arriva “all’esercizio dello scrivere” a 35 anni, quindi non più giovanissimo. Si dedica alla poesia ed al tema del dialetto, ed il suo esordio in tale veste risale al 1973, oltre i quarant’anni.
Perché evidenziamo questo nel presentarlo? Perché Go Wine ha più volte rammentato come il concorso “Bere il territorio”, fra i suoi obbiettivi, intenda anche stimolare il piacere di scrivere, come un’attività non per forza legata ad una stagione della vita, ma come occasione di riflessione e di impegno per raccontare emozioni, comunicare idee e sentimenti.
In questa ottica il percorso letterario compiuto da Loi, ed il successo ottenuto dalle sue opere, rappresentano un riferimento a cui guardare.
A ciò va aggiunto il tema della poesia dialettale, rappresentata nella sua più nobile accezione: per la prima volta il riconoscimento de “Il Maestro” va ad un poeta ed apre un sipario sulla funzione della poesia, sulla sua bellezza, unita in molte opere al rapporto con il territorio, che per Loi è Milano, è il dialetto milanese.
Franco Loi, Maestro di Bere il territorio, converserà ad Alba con la Giuria e con i giovani studenti delle scuole albesi.

 



Da bambino il cielo. Autobiografia di Franco Loi, a cura di Mauro Raimondi
con la collaborazione di Garzanti



La mia esperienza
In poesia ho parlato il più possibile della mia esperienza
. E che altro deve fare un poeta? Scrive Marina Cvetaeva: «Siate precisi nello scrivere. Nulla è più importante. Sono tutte cose accadute. I miei versi sono un diario». Io ne ho parlato cercando di dare anche il colore, la luce dei luoghi dove le cose sono avvenute: il milanese per Milano, il genovese per Genova, il colornese per Colorno. Anche se non sempre ho seguito questo criterio. Perché, in fondo, il genovese l’ho memorizzato dalla mia infanzia e il colornese non sono mai riuscito a possederlo veramente. Ma sono d’accordo con Marina, e ogni tanto mi rammarico perché ricordo cose di cui non ho ancora parlato.

Rubare il tempo, conservarlo per sempre
Scrivevo dappertutto, ogni volta che potevo.
In quel tempo, e anche più tardi, ritenevo che fosse necessario prendere nota di tutto: testimoniare le esperienze degli altri, aiutare la mia memoria, scrivere le mie e le altrui impressioni, elencare persino i pasti, nominare gli amici, i compagni di lavoro. Mi sembrava di poter rubare il tempo, come una cosa preziosa che avrei conservato per sempre. C’era anche il desiderio di preservare quel patrimonio di parole che la gente semplice sembrava disperdere nell’aria. Mi sembrava una missione, qualcuno doveva assumersi la responsabilità di conservare la voce profonda della vita.

Il dialetto
Il Belli fu come un sasso, anzi un macigno, gettato nello stagno.
Pensai anch’io di scrivere poesie. E cominciai in italiano. Ero convinto fosse la mia lingua. Perché in casa si parlava italiano, a scuola avevo imparato l’italiano, leggevo libri in italiano. Ma quando scrivevo dei versi sentivo che non andava, che, secondo i contenuti, in qualche modo imitavo i vari poeti italiani, dal Leopardi al Pascoli a D’Annunzio a Montale. Così stracciavo. Fu nel pensare ai vari morti che avevo visto durante la guerra e nel tentativo di parlare di loro che mi dissi: «Questi non li posso far parlare in italiano, perché sono milanesi, sono operai e contadini, e l’italiano non è la loro lingua». Così scrissi la prima poesia…

 

 

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